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Giorn. It. Ost. Gin. Vol. XXVII - n. 9
Settembre 2005
Eziopatogenesi dell’endometriosi
M. FARINA, I.R. TOMASELLI, A. CIANCI
L'endometriosi costituisce una delle patologie più
frequenti e studiate in campo ginecologico e, quantun-
que negli ultimi decenni sia stata pubblicata un'enorme
quantità di dati sull'argomento, la causa precisa ed i
meccanismi eziopatogenetici coinvolti nel suo deter-
minismo rimangono tuttora poco chiari. La sua reale
incidenza resta difficile da valutare perché la diagnosi
può essere formulata con precisione soltanto tramite la
diretta visualizzazione del reperto istologico.
L'eziopatogenesi dell'endometriosi, quindi, appare
tuttora ampiamente controversa. Le numerose teorie
che fino ad oggi hanno cercato di spiegare un possibile
meccanismo patogenetico, variamente sviluppate e
sostenute da dati sperimentali o da osservazioni clini-
che, mancano spesso di sufficiente rigore scientifico.
Dal punto di vista strettamente anatomico l'origine
è stata a lungo dibattuta, ma sostanzialmente le teorie
si dividono in quelle che suggeriscono uno sviluppo
della patologia in situ, attraverso fenomeni di metapla-
sia celomatica, e quelle che ne fanno risalire l'origine
alla disseminazione dell'endometrio in sedi ectopiche,
con meccanismi quali la mestruazione retrograda, la
disseminazione linfatica e/o vascolare e l'invasione
endometriale diretta. Secondo la più moderna “teoria
mista” o “dell'induzione”, l'endometriosi potrebbe
essere, infine, il risultato di una metaplasia locale indot-
ta dalla presenza di endometrio. Tuttavia la maggior
parte degli esperti è favorevole più per l'origine “endo-
metriale” che per quella “mesoteliale” dell'epitelio
ectopico.
La più antica e fra le più discusse tra le suddette ipo-
tesi, consisterebbe nel reflusso tubarico di sangue
mestruale e nel successivo impianto dei frustoli endo-
metriali nei vari tessuti pelvici, con potenzialità di
attecchimento e di sviluppo. Secondo alcuni autori
questa ipotesi, nota anche come “teoria della mestrua-
zione retrograda”, si troverebbe in apparente opposi-
zione con i principi basilari della fisiologia, secondo i
quali sarebbe impensabile, o quanto meno improbabi-
le, l'eventualità di impianto di sangue mestruale e di
detriti necrotici degli elementi costitutivi dell'endome-
trio in disfacimento.
Secondo la “teoria della metaplasia dell'epitelio celo-
matico” o “mülleriana” le lesioni endometriosiche si
svilupperebbero dalle frazioni persistenti di tale epitelio,
nel mesotelio di rivestimento degli organi pelvici e nella
zona di transizione tra miometrio ed endometrio.
Per alcune localizzazioni a distanza, quali ad esem-
pio, quelle pleuriche, si è pensato ad una metastatizza-
zione dell'endometrio normale per via linfatica o, come
ad esempio, nei rarissimi casi di localizzazione polmo-
nare, di metastatizzazione di endometrio in fase
mestruale per via venosa.
La disseminazione chirurgica, infine, responsabile
di alcune localizzazione sulle cicatrici laparotomiche o
episiotomiche, appare, invece, ovvia.
La presenza di teorie talmente controverse e la
mancanza di una visione eziopatogenetica univoca
della malattia, giustificherebbero, in un certo senso, la
presenza del profondo dualismo che separa la comu-
nità scientifica internazionale in due correnti di pensie-
ro contrapposte. L'endometriosi, infatti, sarebbe una
singola malattia con manifestazioni anatomo-patologi-
che molteplici e variegate oppure rappresenterebbe un
insieme di malattie diverse con eziologie ed aspetti
istologici e clinici specifici ed indipendenti?
Quantunque, a tal proposito, i focolai peritoneali
potrebbero trovare facile spiegazione nel fenomeno
della mestruazione retrograda; le cisti ovariche sareb-
bero logica conseguenza di processi metaplastici dell'e-
pitelio celomatico e le lesioni rettovaginali e vescicali si
potrebbero spiegare con la trasformazione di residui
mülleriani retroperitoneali, (supportando l'ipotesi di
malattie diverse) non si può tuttavia escludere una più
ampia definizione eziopatogenetica dell'endometriosi
che accomuna e interseca quanto appena descritto, e
non è tanto meno da sminuire l'importanza dirimente
di eventuali alterazioni locali e sistemiche del sistema
immune nell'attecchimento e nella progressione della
malattia. Ciò potrebbe spiegare, infatti, la presenza di
una tale eterogeneità di manifestazioni cliniche e ana-
tomo-patologiche della stessa malattia.
Università degli Studi di Catania, c/o Ospedale S. Bambino, Catania
Dipartimento di Scienze Microbiologiche e Scienze Ginecologiche
Sezione di Ginecologia.
© Copyright 2005, CIC Edizioni Internazionali, Roma
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La prima teoria relativa all'istogenesi dell'endome-
triosi, quella della metaplasia celomatica, è stata propo-
sta all'inizio dello scorso secolo da Meyer (1). Giacché
sia le gonadi femminili sia i dotti mülleriani derivano
dal mesotelio celomatico, i fautori di questa teoria pro-
tendono per l'ipotesi che l'epitelio germinativo ovarico
possa anche differenziarsi in tessuto endometriale (1),
spiegando lo sviluppo dell'endometriosi in questa sede.
La totipotenzialità del mesotelio peritoneale, da alcuni
definito come “sistema mülleriano secondario”, ha,
tuttavia, permesso che altri autori suggerissero la pos-
sibilità che anche le lesioni peritoneali potessero essere
secondarie a processi metaplasici a livello mesoteliale.
Questo meccanismo fisiopatologico, tuttavia, pre-
suppone alcune condizioni essenziali, ovvero che la
malattia dovrebbe svilupparsi anche in assenza di
endometrio (come ad esempio, può accadere in
pazienti Rokitansky Kuster Hauser) e che la metaplasia
peritoneale dovrebbe verificarsi anche nei soggetti
maschili (come si può dimostrare nella prostata di indi-
vidui sottoposti a terapie estrogeniche ad alte dosi).
L'evidenza che, invece, la metaplasia celomatica
dovrebbe avvenire solo nei siti sede di membrane celo-
matiche (ma l'endometriosi può verificarsi anche in
organi distanti) e che, similmente ad ogni processo
metaplasico dovrebbe verificarsi con maggiore fre-
quenza con l'avanzare dell'età (e generalmente l'endo-
metriosi colpisce donne in età fertile) non soddisfano
pienamente questa teoria che, pertanto, non può essere
considerata come l'unica candidata per spiegare l'isto-
genesi della malattia (1).
A tal proposito, la teoria dell'induzione, secondo la
quale alcuni specifici fattori endogeni possono indurre
le cellule indifferenziate ad andare incontro a trasfor-
mazione endometriale, potrebbe rappresentare una
valida estensione della spiegazione metaplastica.
La teoria più accreditata sulla patogenesi dell'endo-
metriosi suggerisce, tuttavia, che frammenti endome-
triali provenienti da mestruazioni retrograde si impian-
tino a livello peritoneale. La mestruazione retrograda
può essere definita come il passaggio in cavità perito-
neale, attraverso le tube, di sangue, cellule e ghiandole
endometriali durante la mestruazione ed è ritenuto un
fenomeno universale nelle donne in età riproduttiva.
Nella maggior parte degli studi tale fenomeno è stato
definito come la presenza di liquido peritoneale rosso
o rosato durante la fase mestruale. La sua prevalenza
globale varia dal 76% (2) al 100% (3), risultando più
elevata nei soggetti con endometriosi (97%) rispetto ai
controlli (60%) (2). Nella patogenesi della malattia, la
ricorrenza della mestruazione retrograda potrebbe
essere più importante della prevalenza, dal momento
che cicli ravvicinati con flussi mestruali lunghi ed
abbondanti sono stati descritti come fattori di rischio
per la malattia (4). Non esistono dati sulla ricorrenza
del fenomeno nella specie umana (5), mentre nei bab-
M. Farina e Coll.
TABELLA 1 - PREVALENZA DELL’ENDOMETRIOSI NELLE PARENTI DI PRIMO GRADO DELLE DONNE AFFETTE.
Autori Controlli Sorelle Madri Sorelle o Madri
Simpson Parenti di 9/153 5.8% 10/123 8.1%
et al. 1° grado dei
(1980) mariti delle pazienti vs vs vs vs
1/104 1% 1/107 0.9%
Coxhead Parenti di 1° 6/64 9.4%
& grado di
Thomas donne con vs vs
(1993) pelvi normale 2/128 1.6%
Moen & Parenti di 1° 25/253 4.8% 20/515 3.9%
Magnus grado di vs vs vs vs
(1993)* donne con
pelvi normale 1/169 0.6% 1/149 0.7%
Kennedy Nessun 5/35 14.3%
et al. controllo
(1998)**
*Malattia definita come endometriosi e/o adenomiosi;
** Malattia definita come segni radiologici di lesioni >1cm Ø (escluso adenomiosi)
(Modificata da Kennedy S. Genetica dell’endometriosi: aspetti di base e clinici. (2001) Parthenon Publishing, Casterton Hall,
Carnforth Lancs, UK. P. 3)
298
buini la ricorrenza in due laparoscopie consecutive è
risultata maggiore nei soggetti affetti (100%) che nei
controlli (25%) (6). La presenza di liquido peritoneale
rossastro durante il periodo mestruale non è, tuttavia,
necessariamente una prova sufficiente di mestruazione
retrograda, dal momento che è stata riportata un'inci-
denza del 60-80% di liquido peritoneale emorragico
anche durante le altre fasi del ciclo (7) ed è stata descrit-
ta un'incidenza del 75% durante i 5 giorni successivi
all'ovulazione (8). Essendo, pertanto, apparentemente
debole la correlazione tra colorazione del liquido peri-
toneale e presenza di cellule endometriali durante il
periodo mestruale, è necessaria una migliore definizio-
ne del fenomeno per porre chiarezza su questa ipotesi.
Bisognerebbe, pertanto, considerare se realmente il
liquido peritoneale contenga cellule endometriali,
ghiandolari e stroma o sia soltanto tinto dalla presenza
di pigmenti ematici e, purtroppo, la maggior parte degli
studi a nostra disposizione si è limitata ad osservare il
fenomeno da un punto di vista grossolanamente
macroscopico. A soccorso di quanto accennato, un'e-
sperienza del 1991, tramite colture in vitro di cellule
centrifugate dal liquido peritoneale durante i primi
sette giorni del ciclo, ha sottolineato che le cellule con
capacità di aderire e proliferare erano soltanto il 9%
(9), evidenziando come il numero di colonie cellulari
sia altamente variabile e sostanzialmente paragonabile
nelle pazienti con endometriosi e nei controlli. Il loro
eventuale attecchimento e l'intensità della conseguente
reazione algica e flogogena sarebbero, verosimilmente
determinati dall'attività di fattori immunitari ed infiam-
matori a livello locale e sistemico.
Nella maggior parte delle donne normomestruate il
reflusso mestruale nella pelvi non è sufficiente per svi-
luppare lesioni endometriosiche clinicamente evidenti,
dal momento che il materiale refluito sarebbe pronta-
mente distrutto dalle NK, fagocitato dai macrofagi
(10) e andrebbe rapidamente incontro ad apoptosi. Nei
soggetti che sviluppano patologia, invece, le cellule
endometriali aderirebbero alla superficie peritoneale,
costituendo un potente stimolo pro-infiammatorio per
il sistema immune ed innescando una reazione flogisti-
ca sia acuta che cronica, che determinerebbe, come
diretta conseguenza, la comparsa del dolore e lo svilup-
po delle aderenze pelviche (11).
Nelle pazienti che sviluppano la malattia sintomati-
Eziopatogenesi dell’endometriosi
Fig. 1 - Network citochinico nella patogenesi della malattia endometriosica (Vedi testo).
299
ca esiste, quindi, uno squilibrio tra i fattori promuoven-
ti l'attecchimento degli impianti (abbondanza del
reflusso mestruale, resistenza delle cellule endometriali
alla lisi e flogosi locale) ed i fattori inibenti la formazio-
ne delle lesioni (sistema scavenger costituito da macro-
fagi, NK e citochine inibenti la proliferazione, la che-
miotassi e la differenziazione delle cellule endometria-
li). Il delicato equilibrio tra questi processi sarebbe
influenzato dalle cellule e dalle citochine presenti nel
fluido peritoneale.
Le RANTES (Regulated on Activation, Normal T-
Cell Expressed and Secreted) sono citochine prodotte
da alcune cellule ematopoietiche, epiteliali e mesenchi-
mali che vengono ampiamente secrete dal comparti-
mento stromale dell'endometrio eutopico e, a concen-
trazioni ancora più elevate, da quello ectopico. Nelle
donne con endometriosi si possono, infatti, riscontrare
livelli peritoneali di RANTES maggiori rispetto ai con-
trolli (12). Queste citochine svolgono un ruolo deter-
minante nell'innescare i meccanismi della flogosi, gra-
zie alla loro proprietà chemiotattica su monociti e
macrofagi e di attivazione dei linfociti T della memoria
(13), a loro volta in grado di secernere altre citochine
pro-infiammatorie. Fra queste, una delle principali è
l'interleuchina-1 (IL-1), che attiva la cascata citochinica
determinando la flogosi e la risposta immunitaria ed
induce l'attivazione dei linfociti T e la differenziazione
dei linfociti B, con un effetto finale che favorisce l'at-
tecchimento, la proliferazione (14) e l'angiogenesi (15)
degli impianti e delle lesioni endometriosiche (Figg. 1-
2).
Secondo le più recenti ed attuali acquisizioni, quin-
di, si fa strada l'ipotesi di una patogenesi autoimmuni-
taria, secondo la quale l'endometriosi sia causata, o
quanto meno favorita, da complesse ed articolate alte-
razioni dell'immunità umorale e cellulo-mediata. A
riprova di quanto detto, anche alcune condizioni in
seguito alle quali in numerose pazienti con endome-
triosi minima si verifica sterilità o abortività ricorrente,
sono state attribuite ai meccanismi immunologici che
sottenderebbero questa malattia. Gli impianti di endo-
metrio ectopico avrebbero, infatti, uno spiccato potere
antigenico, per cui si formerebbero anticorpi antiendo-
metrio a livello uterino, serico e peritoneale, capaci di
interferire sulle possibilità dell'embrione di impiantarsi
nell'utero e, con buona probabilità, anche sulla possibi-
M. Farina e Coll.
Fig. 2 - Network citochinico nella patogenesi della malattia endometriosica (Vedi testo).
300
lità dello spermatozoo di fecondare l'ovocita e sulla
vitalità dell'embrione nelle primissime fasi del suo svi-
luppo.
Sono numerose le evidenze secondo le quali l'endo-
metriosi si caratterizzerebbe per specifiche modifica-
zioni del sistema immune (16) con una stretta analogia
con quelle riscontrabili in tutte le categorie di cellule
con capacità di eludere l'immunosorveglianza (17). Le
specifiche alterazioni che consentono alle cellule endo-
metriali di impiantarsi, crescere e vascolarizzare in sede
ectopica non sarebbero in grado, di per sé, di garantire
lo sviluppo della malattia, la cui espressione dipende-
rebbe, infatti, anche dalla loro capacità di contrastare
un'efficace risposta immune a livello locale. I meccani-
smi con cui le cellule tumorali e, in generale, tutte le
cellule che albergano in siti immunologicamente privi-
legiati (i cosiddetti “santuari”) riescono a sottrarsi al
riconoscimento immunologico, risultano essere essen-
zialmente i seguenti e, generalmente, sono tutti riscon-
trabili nei meccanismi patogenetici dell'endometriosi:
1. modificazioni dell'espressione di antigeni HLA rile-
vanti per il riconoscimento immunologico;
2. secrezione di antigeni circolanti che competono
con quelli di superficie critici per il riconoscimento
immunologico;
3. produzione diretta o indiretta di fattori ad azione
immunosoppressiva;
4. induzione di apoptosi nelle cellule effettrici del
sistema immune mediane l'interazione Fas-Ligando
di Fas;
5. perdita di antigeni cellulo-specifici rilevanti per la
presentazione ai linfociti T citotossici (17).
In dettaglio, secondo alcune segnalazioni, l'espres-
sione dell'MHC di classe I nelle cellule endometriali
ectopiche tenderebbe ad essere aumentata rispetto a
quanto riscontrabile in quelle eutopiche, onde esercita-
re un blocco della lisi mediata dalle cellule natural killer
(NK) (18) che lisano specificatamente le cellule con
livelli molto bassi o assenti di molecole MHC-I. Le
donne con endometriosi mostrano livelli maggiori di
molecole MHC-I solubile che, legandosi ai recettori
inibitori presenti sulle cellule NK (KIR), ne ostacolano
e ne inibiscono la lisi. La stessa espressione del recetto-
re KIR tenderebbe, infine, ad essere maggiore a livello
delle cellule NK peritoneali dei soggetti con endome-
triosi (Fig. 3).
Le cellule endometriali eutopiche delle pazienti con
endometriosi, rilasciano, inoltre, maggiori livelli di inter-
Eziopatogenesi dell’endometriosi
Fig. 3 - Aspetti immunologici dell’etiopatogenesi dell’endometriosi (1) (Vedi testo).
301
cellular adhesion molecule-1 (ICAM-1) solubili rispetto
alle cellule eutopiche dei controlli (19) e le cellule ectopi-
che ne rilasciano livelli ancora maggiori rispetto a quelle
eutopiche. L'ICAM-1 rappresenta una delle molecole
stimolatorie impegnate nel riconoscimento NK-media-
to. La sua forma solubile, mediante competizione con la
forma di superficie per il legame allo stesso recettore
sulle cellule del sistema immune, è in grado di disturbare
la lisi delle cellule linfoidi verso i propri target, prevenen-
do un'effettiva reazione immunologica. Una correlazio-
ne dei livelli della proteina secreta dalle cellule endome-
triali eutopiche delle donne con endometriosi è stata
riscontrata con vari parametri indicativi della severità
della malattia, così come ben si correlano le concentra-
zioni della proteina ed il numero di impianti peritoneali
presenti in queste pazienti (20) (Fig. 4).
Numerosi fattori in grado di contrastare la risposta
immune, quali il transforming growth factor-
β
(TGFβ), le prostaglandine E 2 (PGE2), la proteina pla-
centare 14 o glicodelina (PP14) e l'interleuchina-10
(IL-10), sono stati dimostrati aumentati nel fluido peri-
toneale e nel tessuto endometriosico di donne affette
(16, 21) Un ambiente ricco di tali fattori implicherebbe
una soppressione aspecifica dell'immunità cellulo-
mediata, ben correlandosi con l'attività funzionalmen-
te difettosa esercitata dalle cellule NK, a livello locale,
nell'endometriosi (16) (Fig. 5).
Infine, pare che le cellule endometriali possano uti-
lizzare anche il sistema Fas-Ligando di Fas per creare
uno stimolo apoptogeno nelle cellule effettrici del
sistema immune. Specifici fattori di crescita che
aumentano nel liquido peritoneale delle donne affette,
sono in grado di aumentare l'espressione del ligando di
Fas sulle cellule endometriali e, come conseguenza,
aumentano l'apoptosi delle cellule linfoidi Fas-positive
(22) (Fig. 6).
La perdita di antigeni cellulo-specifici rilevanti per
la presentazione ai linfociti T citotossici, infine, pur
costituendo un'ipotesi altrettanto convincente di quelle
precedentemente elencate, non è stata ancora speri-
mentalmente dimostrata per l'endometriosi, dal
momento che non sono stati individuati antigeni endo-
metriosi specifici.
In conclusione, quindi, le cellule endometriali ecto-
piche tenderebbero ad utilizzare meccanismi classici
per eludere l'immunosorveglianza.
L'evidenza più suggestiva a supporto dell'associa-
zione tra endometriosi ed inadeguatezza della risposta
M. Farina e Coll.
Fig. 4 - Aspetti immunologici dell’etiopatogenesi dell’endometriosi (2) (Vedi testo).
302
immune locale è comunque rappresentata dalla dimo-
strazione che tale patologia sia controllabile, in vivo,
mediante immunoterapia. Non mancano, infatti, le
esperienze che, utilizzando modelli animali di endome-
triosi, hanno dimostrato come terapie in grado di atti-
vare specifiche componenti del sistema immune abbia-
no prevenuto, o quanto meno ridotto, lo sviluppo e la
progressione della patologia. Fra queste, la sommini-
strazione di interleuchina-12 (IL-12) è in grado di pre-
venire la formazione delle lesioni in alcuni ceppi muri-
ni, facendo registrare una riduzione del peso e della
superficie delle stesse rispettivamente fino al 77% ed al
61% (23). Questa particolare citochina viene precoce-
mente prodotta in risposta agli stimoli flogogeni, con-
tribuendo, tramite la produzione di interferone-
γ
(IFNγ) e di altre citochine, al processo infiammatorio,
mediante l'attivazione dei macrofagi e delle NK e indi-
rizzando il sistema immune verso una risposta di tipo
T helper-1. Rappresenta pertanto un ponte tra l'immu-
nità naturale e quella acquisita e svolge un ruolo chiave
nei fenomeni autoimmunitari, in quelli allergici e nella
regolazione della risposta alle infezioni ed ai processi
neoplastici (24).
Sempre su modelli murini, una significativa riduzio-
ne dell'estensione della malattia già istaurata (fino al
40%) è stata, inoltre, ottenuta con la somministrazione
intraperitoneale di interferone-
α-2b (IFN α-2b), che
ad un'azione diretta sul sistema immune molto simile a
quella esercitata dall'IL-12, associa una spiccata azione
antiproliferativa (25).
Infine, in un modello simile, anche il trattamento
con loxoribina, un analogo della guanosina ad azione
immunomodulante, si è dimostrato in grado di indurre
una significativa riduzione delle lesioni (26).
Un interessante spunto speculativo nella compren-
sione dei fini meccanismi della patogenesi dell'endo-
metriosi è offerto, inoltre, dalla distribuzione anatomi-
ca delle lesioni. La patogenesi degli endometriomi ova-
rici è alquanto controversa, potendo, questi ultimi,
essere il risultato di una metaplasia dell'epitelio celoma-
tico che riveste la gonade (27) o dell'invaginazione della
corticale ovarica in seguito all'adesione del peritoneo
pelvico dovuta all'impianto di endometrio rigurgitato
attraverso le tube (28). L'analisi accurata della distribu-
zione anatomica delle lesioni endometriosiche potreb-
be facilitare la comprensione della patogenesi della
malattia (29). L'ipotesi della mestruazione retrograda
come fonte di endometrio ectopico verrebbe confer-
Eziopatogenesi dell’endometriosi
Fig. 5 - Aspetti immunologici dell’etiopatogenesi dell’endometriosi (3) (Vedi testo).
303
mata da un quadro di lesioni determinato principal-
mente dalla gravità, dalla prossimità del sito di ingresso
addominale e da variabili anatomo-fisiologiche. Al
contrario, se la metaplasia celomatica fosse l'unica spie-
gazione della malattia, le lesioni non dovrebbero essere
distribuite in relazione a fattori influenzanti la dissemi-
nazione e l'impianto di cellule endometriali in cavità
peritoneale.
La compatibilità della localizzazione dei siti d'im-
pianto peritoneali con il suddetto concetto è stata
ampiamente dimostrata. Già Jenkins e coll., nel 1986,
hanno descritto un più frequente coinvolgimento della
gonade sinistra (44%) rispetto a quella controlaterale
(31%) (29); risultati ampiamente confermati da un più
moderno studio di Vercellini che, nel 1998, ha conside-
rato 1.054 casi di endometriosi diagnosticata laparo-
scopicamente o laparotomicamente, rispettivamente
allo stadio I (30%), II (13%), III (28%) e IV (29%). Fra
questi sono state rinvenute 561 cisti endometriosiche di
cui il 63% a carico dell'ovaio sinistro ed il 37% a carico
del destro (30). Valutando i sottogruppi in base al
numero di parti, le indicazioni all'intervento chirurgico,
e l'età al momento dell'intervento, la discrepanza del
rapporto tra cisti sinistre e destre era virtualmente ana-
loga, a conferma della coerenza dei risultati generali.
Quanto detto si verificherebbe come conseguenza
della diversità anatomica fra le due regioni annessiali.
L'ovaio sinistro, protetto dalla parete pelvica e dal lega-
mento largo omolaterali, nonché dalla faccia laterale
del sigma, si troverebbe, infatti, in un “microambiente”
che lo isolerebbe dalla “corrente peritoneale” che si
muove con un flusso in senso orario e, di conseguenza,
dall'azione del sistema macrofagico presente nel fluido
peritoneale (Fig. 7). Ciò consentirebbe maggiori possi-
bilità di adesione, impianto e crescita degli impianti
endometriosici derivanti dal materiale endometriale
refluito. A supporto di questa teoria ben si colloca il
maggiore coinvolgimento del sigma nelle lesioni endo-
metriosiche dell'ovaio sinistro, rispetto al cieco negli
endometriomi destri; il fatto che, una volta insorto, la
crescita di un endometrioma è indipendente da variabi-
li anatomiche; la simile frequenza di distribuzione
delle cisti endometriosiche secondo i vari diametri per
entrambe le ovaie e, non ultimo, la maggiore frequenza
delle lesioni ureterali di sinistra rispetto quelle a con-
trolaterali.
Di contro, non vi sono, in letteratura, evidenze di
“asimmetria” di distribuzione delle cisti ovariche beni-
M. Farina e Coll.
Fig. 6 - Aspetti immunologici dell’etiopatogenesi dell’endometriosi (4) (Vedi testo).
304
gne non endometriosiche.
Di più recente acquisizione sono, infine, le cono-
scenze circa una possibile suscettibilità genetica di svi-
luppare la malattia, le cui segnalazioni sono cominciate
ad apparire in seguito al riscontro di certi livelli di fami-
liarità di questa condizione (31). Rispetto alla popola-
zione generale, infatti, la prevalenza aumenta di 6-9
volte nelle parenti di primo grado di donne affette (32-
33), essendo presente nel 7% delle parenti di primo
grado e nel 2% di quelle di secondo grado delle pazien-
ti con malattia (Tab. 1). Di non secondaria importanza
appare infine l'evidenza che, spesso, la familiarità si
associa ad una condizione clinica di maggiore severità.
A supporto di questa ipotesi si segnala anche la con-
cordanza nelle gemelle monozigotiche (34) e la simile
età di insorgenza dei sintomi nelle gemelle entrambe
affette (35). La prevalenza della malattia determinata
mediante risonanza magnetica (RMN) potrebbe addi-
rittura essere del 15% nelle sorelle di donne con endo-
metriosi grave (36).
L'endometriosi, pertanto, influenzata da diversi
geni, potrebbe rappresentare una malattia poligenica,
nella quale più geni interagiscono tra loro, e multifatto-
riale, risultando spesso dall'interazione tra fattori gene-
tici ed ambientali diversi (37). Ci sono, infatti, suffi-
cienti prove scientifiche che, attraverso un'interazione
genetica, anche fattori ambientali, primo fra tutti l'e-
sposizione cronica alla diossina, possano avere un
ruolo nella patogenesi della malattia (38).
Sono molti i prodotti industriali, chimici ed agrari e
i loro metaboliti clorinati che interferiscono con l'atti-
vità ormonale e, fra questi, la diossina può determinare
una serie di effetti avversi mediati da modificazioni
biochimiche delle catene enzimatiche deputate alla
detossificazione; interferenze con il sistema immune
(comprovate dalla diminuzione del volume del timo in
seguito all'esposizione cronica); diminuzione dell'atti-
vità estrogenica ed interferenza genetica (effetto muta-
geno e carcinogenetico) (39). I primi suggerimenti in
merito ad una relazione tra diossina ed endometriosi
sono giunti attraverso la dimostrazione di livelli
aumentati di questa sostanza nelle pazienti affette
rispetto ai controlli (39), ma la dimostrazione speri-
mentale è stata proposta soltanto, in seguito alla pub-
blicazione del primo studio che ne ha dimostrato una
relazione diretta (40), condotto effettuando una lapa-
roscopia diagnostica a tre gruppi di scimmie rhesus
sottoposte rispettivamente alla somministrazione di
diossina a basse ed alte dosi per cinque anni, o trattate
come controlli. Dopo dieci anni di osservazione si è
visto, infatti, che a dispetto del 33% di casi di endome-
triosi nei controlli, le scimmie sottoposte a dosaggi
bassi o alti di diossina presentavano rispettivamente il
71% e l'86% di malattia. Inoltre nel gruppo trattato
con alti dosaggi sono sopraggiunte tre morti (una dopo
5 e due dopo 7 anni) alla cui autopsia è stata dimostrata
la presenza di endometriosi peritoneale severa. Altre
esperienze, effettuate su modello murino, hanno dimo-
strato chiaramente una relazione dose-dipendente tra
dosaggio di diossina e diametro delle lesioni (39).
Qualunque siano i meccanismi genetici predispo-
nenti o determinanti la malattia endometriosica, sareb-
Eziopatogenesi dell’endometriosi
Fig. 7 - Diversità anatomica fra le due regioni annessiali: differente esposizione alla “corrente peritoneale” ed all’azione de l sistema macrofagico presente nel fluido
peritoneale e “microambiente isolato” del campo annessiale di sinistra .
305
bero indifferentemente responsabili di un deficit del-
l'immunità cellulare, determinando l'incapacità di ope-
rare il rigetto di cellule endometriali quando queste ten-
dano ad impiantarsi in un'area anatomica non abituale.
Un'evenienza a favore di un possibile ruolo genetico
nel determinismo dell'endometriosi risiederebbe in
alcune caratteristiche compatibili con quelle delle cellu-
le neoplastiche, quali la clonalità e la perdita di eterozi-
goti. Caratteristiche, queste ultime, che rivestono
importanti implicazioni nello studio dell'eziologia della
malattia e delle lesioni neoplastiche in genere. In detta-
glio, nell'endometriosi, la clonalità, confermata per gli
endometriomi ovarici ma non per gli impianti perito-
neali, consisterebbe nell'espansione clonale non neo-
plastica di una singola cellula che ha subito un danno
genetico, mentre la perdita di eterozigoti, che si tradur-
rebbe in una maggiore suscettibilità alla malattia, inte-
resserebbe loci contenenti geni soppressori per i tumo-
ri ovarici.
In base al concetto che le tossine ambientali siano
dei fattori predisponenti sono stati studiati alcuni geni
candidati allo sviluppo dell'endometriosi. Fra questi, gli
enzimi appartenenti alla famiglia della glutatione-S-
transferasi (GST) sono coinvolti nella detossificazione
degli idrocarburi aromatici policiclici e dei pesticidi.
Mutazioni non senso in due dei geni codificanti per
questi enzimi (GSTM1 e GSTT1), provocano una per-
dita della loro attività, che si associa ad alcune forme
cancerose indotte da sostanze ambientali.
Una mutazione del gene GSTM1 è stata dimostrata
nell'81-86% delle donne affette da endometriosi,
rispetto al 39-46% dei controlli (41-42) e, similmente,
anche la prevalenza di omozigosi per GSTT1, pur non
essendo statisticamente significativa, è maggiore nelle
donne affette (20%) rispetto a quelle sane (10%) (43).
Di contro, non mancano studi in cui non è stata osser-
vata alcuna differenza nella frequenza di mutazioni
non-senso di GSTM1 e GSTT1 tra casi e controlli.
Similmente, è stata descritta in più studi un'associazio-
ne tra endometriosi e polimorfismi della N-acetiltran-
sferasi di tipo 2 (NAT2) (44-45) (un enzima coinvolto
nella biotrasformazione delle amine aromatiche o delle
idrazine) che determinano un'alterazione della propria
attività. Gli omozigoti per l'allele wild type NAT2*4
sono acetilatori veloci; gli eterozigoti con un allele
mutante NAT2*5, *6 o *7 mostrano una ridotta attività
enzimatica. Gli omozigoti per gli alleli mutanti sono,
invece, acetilatori lenti. Le donne con endometriosi
allo stadio I e II si sono dimostrate più frequentemente
acetilatrici lente rispetto ai controlli (69% vs 39%),
mentre non è stata notata alcuna differenza nella velo-
cità di acetilazione tra pazienti con endometriosi allo
stadio III-IV e controlli (43). Altri studi, infine, hanno
evidenziato il fenotipo di acetilatore lento nel 55%
delle endometriosi di stadio III-IV .
Ulteriori esperienze sono state condotte studiando
il gene della galattosio 1-fosfato uridiltransferasi
(GALT), ed è stata osservata una prevalenza del 30%
di almeno un allele N
314
D (una transizione A > G in
posizione 2744 nell'esomero che sostituisce
l'aspartato
314
con l'asparagina
314
) nelle donne con endo-
metriosi rispetto al 45% osservato nei controlli (45).
Anche in questo caso, tuttavia, non mancano esperien-
ze che, di contro, non hanno evidenziato alcuna asso-
ciazione tra questo polimorfismo e l'endometriosi.
In conclusione, secondo le più moderne vedute, ed
in base a quanto precedentemente osservato, si ritiene,
pertanto, che l'insorgenza di tale malattia possa dipen-
dere dall'articolata interazione di una serie complessa
di eventi che implicano una predisposizione genetica,
diversi livelli di anomalie a carico del sistema immuni-
tario, fattori anatomici e, non ultimo, interferenze
ambientali esterne.
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