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Giorn. It. Ost. Gin. Vol. XXVII - n. 9
Settembre 2005
La diagnosi di endometriosi
G.B. MELIS, S. GUERRIERO, A.M. PAOLETTI, M. ANGIOLUCCI, S. ANGIONI,
B. PIRAS, M. PALOMBA, V. MAIS
Introduzione
L'endometriosi è definibile come la presenza di tes-
suto endometriale (ghiandole e stroma) in sede etero-
topica, in altre parole al di fuori del sito naturale rap-
presentato dall'interno della cavità uterina (1).
Considerato nella fase di massimo trofismo, l'endo-
metrio (o tonaca mucosa dell'utero) è costituito da vari
strati. Lo strato più profondo presenta cellule stromali
fusate; a questo fa seguito uno strato spongioso, che
presenta stroma lasso e edematoso, contenente vasi
spirali e ghiandole tubulari dilatate; segue uno strato
compatto, caratterizzato da grosse cellule stromali
strettamente adese tra loro, attraversato dai colletti
delle ghiandole tubulari. L'epitelio superficiale è cilin-
drico monostratificato. Nell'epitelio si distinguono cel-
lule secernenti e ciliate (1).
Con la microscopia elettronica è stato possibile
dimostrare che esistono solo minime differenze istolo-
giche tra le cellule endometriali eutopiche e quelle ete-
rotopiche, tipiche delle lesioni endometriosiche. Al
microscopio ottico sono visibili sia il chorion citogeno
denso sia le ghiandole cilindriche. Talvolta, però, la
lesione endometriosica può essere costituita da un solo
elemento della mucosa (1).
Un notevole pleiomorfismo, invece, caratterizza l'a-
spetto macroscopico dell'endometriosi. La dipendenza
ormonale delle lesioni è alla base delle modificazioni
cicliche del tessuto endometriosico, della sua pseudo-
decidualizzazione in corso di gravidanza o del tratta-
mento con progestinici e della sua regressione in post-
menopausa. La reazione peritoneale concorre a modi-
ficare la lesione primitiva (1).
Si possono distinguere le lesioni endometriosiche
peritoneali in base all'aspetto macroscopico (piane,
nodulari, cistiche) ed al colore (rosse, bianche, nere).
Le lesioni rosse rappresentano la forma più precoce.
Inizialmente piane, si trasformano successivamente in
vescicole emorragiche. Le lesioni bianche (retrazioni a
stella, ipotrofia o atrofia dello stroma con minus peri-
toneali) rappresentano l'esito di una reazione fibrosa,
che circonda progressivamente la lesione primitiva, a
seguito dello stato di flogosi cronica dovuta al ripetersi
ciclico del sanguinamento. Le lesioni nere devono il
loro colore alla quantità di emosiderina accumulata nei
macrofagi (1).
Le lesioni endometriosiche ovariche di tipo cistico
(endometriomi o cisti cioccolato) possono presentare,
al loro interno, aree di tessuto endometriosico ed esse-
re delimitate da una capsula reattiva di colore bianca-
stro. In realtà esse potrebbero essere delle pseudocisti,
derivanti dall'invaginazione della corticale ovarica, pro-
vocata dall'occlusione di impianti ovarici superficiali da
parte di aderenze periovariche. L'accrescimento della
pseudocisti, per progressivo accumulo dei detriti ema-
tici, può anche determinare un'atrofia dei primitivi
focolai endometriosici (1).
Lesioni nodulari, infine, sono presenti nelle struttu-
re fibromuscolari della pelvi (legamenti utero-sacrali,
setto retto-vaginale) e sono costituite, oltre che da tes-
suto ghiandolare e stromale endometriosico, anche da
tessuto fibroso e da tessuto muscolare liscio (1).
La diagnosi di endometriosi
Da quanto sopra esposto risulta evidente che per
una diagnosi di certezza di endometriosi occorre una
conferma istopatologica. Occorre, allora, capire che
ruolo possa avere la valutazione dei sintomi, la visualiz-
zazione diretta delle lesioni endometriosiche (durante
chirurgia ove necessario) o le tecniche di diagnostica
per immagini.
Sintomi
Per quanto riguarda i sintomi, quelli più frequente-
mente associati con la presenza di endometriosi sono:
il dolore pelvico cronico, la presenza di masse ovariche
Università degli studi di Cagliari
Sezione di Clinica Ginecologica, Ostetrica e di Fisiopatologia
della Riproduzione Umana
Dipartimento Chirurgico, Materno-Infantile e di Scienze delle Immagini
© Copyright 2005, CIC Edizioni Internazionali, Roma
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e la sterilità (1, 2). Occorre, però, ricordare che lesioni
endometriosiche sono state trovate anche in donne
asintomatiche (1, 2). Gli stessi sintomi, inoltre, si asso-
ciano anche a patologie diverse dall'endometriosi, quali
la flogosi pelvica o le masse annessiali, funzionali e
non, di varia origine.
Per approfondire quest'aspetto, è stato condotto
uno studio epidemiologico, disegnato appositamente,
atto a verificare la prevalenza dell'endometriosi in
pazienti affette da uno dei sintomi più frequentemente
associati a questa patologia (2, 3). Si è così dimostrato
che l'endometriosi era presente nel 30% delle pazienti
affette da sterilità, nel 40% delle donne con masse ova-
riche benigne e nel 45% di quelle con dolore pelvico
cronico (2, 3). Il dolore pelvico cronico sembra quindi
il sintomo più frequentemente associato con la presen-
za di endometriosi, ma non più del 45% delle pazienti
con dolore pelvico cronico presenta questa patologia.
D'altro canto, endometriosi era anche presente nel
10% delle pazienti operate per fibromatosi uterina, che
non presentavano nessuno dei tre sintomi considerati
come associati a tale patologia (2). Indagare i sintomi
può, quindi, aiutare a sospettare la presenza di endo-
metriosi, ma non permette una diagnosi di certezza.
Visualizzazione diretta delle lesioni
Per porre la diagnosi occorre almeno una visualiz-
zazione diretta delle lesioni, che, se chirurgica, può
essere ottenuta con accesso laparotomico o, meglio,
laparoscopico (2-5). Non è necessario un intervento
chirurgico se le lesioni endometriosiche sono localiz-
zate a livello vaginale, a livello del setto retto-vaginale o
a livello della cicatrice ombelicale. In queste sedi è,
infatti, possibile una visualizzazione o palpazione
immediata delle lesioni. Al contrario, è necessario
ricorrere alla chirurgia per la visualizzazione di lesioni
peritoneali, tubariche, ovariche (cisti endometriosiche)
o infiltranti i legamenti uterini, così come per la visua-
lizzazione diretta di eventuali aderenze (2-5).
Grazie alla visualizzazione chirurgica diretta è stata
proposta una classificazione dell'endometriosi. Già nel
1978, l'American Fertility Society (AFS) costituì un
comitato per stabilire una classificazione dell'endome-
triosi (6). L'obiettivo primario di questa classificazione
era di codificare le manifestazioni di questa patologia,
che rispondessero in modo riproducibile ad un even-
tuale trattamento (6). Lo scopo finale era di ottenere
un mezzo affidabile, che consentisse di predire le pro-
babilità di concepimento dopo trattamento, in pazienti
sterili, sulla base della gravità della patologia (6).
Questa classificazione, aggiornata dall'AFS nel 1985
(7), associa un punteggio differenziato alla presenza di
lesioni endometriosiche o di aderenze a livello del peri-
toneo, delle ovaie, delle tube e del cul-de-sac (6,7). Nel
1995 l'AFS è stata ridenominata American Society for
Reproductive Medicine (ASRM). Nel 1996 l'ASRM ha
ulteriormente aggiornato la classificazione dell'endo-
metriosi inserendo una nota che suggerisce di specifi-
care anche l'aspetto morfologico (colore) delle lesioni
osservate come percentuale, rispetto al totale, di lesioni
rosse, bianche o nere (8).
Resta il problema della bassa concordanza diagno-
stica tra la visualizzazione chirurgica diretta, delle lesio-
ni endometriosiche e il riscontro istopatologico sui
prelievi bioptici delle lesioni. Da uno studio presentato
nell'ottobre del 2004 al Congresso Annuale della
Società Europea di Endoscopia Ginecologica (ESGE)
dalla Professoressa Mettler, dell'Università di Kiel,
infatti, emerge che, nei prelievi bioptici di molte lesioni
bianche, gli anatomopatologi identificano prevalente-
mente solo tessuto connettivo fibroso (comunicazione
personale).
Tecniche di diagnostica per immagini
Quale ruolo è da riservare alle tecniche di diagnosti-
ca per immagini nel complesso panorama della diagno-
si di endometriosi?
Endometriomi
Sicuramente le tecniche di diagnostica per immagini
sono di valido ausilio nella diagnosi di lesioni endome-
triosiche ovariche di tipo cistico (endometriomi). Nel
1993, il nostro gruppo ha pubblicato i risultati di uno
studio prospettico, che valutava la sensibilità, specificità
ed efficienza dell'ecografia transvaginale (B-mode) nella
diagnosi di endometrioma (9). Questo è stato il primo
studio comparso in letteratura, che abbia ricercato in
modo prospettico e sistematico un'eventuale correla-
zione tra immagine ecografica predefinita di endome-
trioma e riscontro chirurgico e anatomopatologico
della stessa lesione (9). L'immagine ecografica caratteri-
stica di endometrioma fu identificata con quella di una
“formazione omogenea, ipoecogena e rotondeggiante
visualizzata nel contesto del tessuto ovarico” (9). La
scelta di quest'immagine ecografica predefinita permet-
te all'ecografia transvaginale un'efficienza diagnostica
pari all'88% nella diagnosi differenziale dell'endome-
trioma, con una specificità del 90% (9).
Studi successivi hanno permesso di confermare la
validità di quest'approccio e di sottolineare che l'eco-
grafia transvaginale è, impiegata da sola, la miglior
metodica diagnostica prechirurgica, dal punto di vista
costo-beneficio, per l'identificazione di un endome-
trioma (10-13). L'associazione all'ecografia transvagi-
nale del dosaggio del CA-125, o di altri marcatori
tumorali, infatti, non migliora, ma peggiora l'efficienza
diagnostica della tecnica ecografica (11-13). Ciò è pro-
babilmente legato al fatto che le concentrazioni pla-
smatiche del CA-125 e degli altri marcatori tumorali
possono modificarsi a seguito di vari eventi, quali ad
esempio, una parziale torsione della cisti, indipendenti
dalla presenza o meno di endometriosi o di tumori
G.B. Melis e Coll.
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ovarici maligni (12). Un utile complemento all'ecogra-
fia transvaginale B-mode è invece rappresentato dal-
l'impiego, sempre in ecografia transvaginale, della tec-
nica “color Doppler energy” (14). Questa tecnica con-
sente, infatti, di identificare la presenza di flussi ematici
a bassa resistenza, nel contesto di tessuti solidi, sospet-
ti per neoangiogenesi (14). Cisti endometriosiche non
riconducibili alla classica immagine di “formazione
omogenea, ipoecogena e rotondeggiante visualizzata
nel contesto del tessuto ovarico” (9) perché presentano
gettoni di tessuto solido al loro interno, possono quin-
di essere differenziate da tumori potenzialmente mali-
gni con una sensibilità del 90% ed una specificità del
95% (14). Quest'efficienza diagnostica è superiore, per
patologia, a quella della tomografia assiale computeriz-
zata (TAC) e pari a quella della risonanza magnetica
nucleare (RMN) (14).
Aderenze
Quale ruolo è riservato alle tecniche di diagnostica
per immagini, invece, nella diagnosi di aderenze pelvi-
che? Le aderenze sono un problema reale nelle pazien-
ti con endometriosi grave, tanto da meritare punteggi
elevati nelle classificazioni della malattia (6-9) e l'atten-
zione dei ricercatori su metodiche che possano dimi-
nuire la loro riformazione dopo lisi chirurgica (15).
Sicuramente, l'ecografia transvaginale, con l'ausilio
di un mezzo di contrasto ecografico che permetta di
eseguire una “istero-salpingo-contrasto-sonografia”,
può essere di ausilio nella valutazione delle condizioni
e della pervietà delle tube (16). L'impiego di un contra-
sto ecografico, che potenzia il segnale, permette di
migliorare la riproducibilità della valutazione della per-
vietà tubarica con Doppler pulsato, quando questo è
applicato alla sonda transvaginale (16). L'ecografia
transvaginale può anche essere impiegata per verificare
preoperatoriamente il sospetto di aderenze periovari-
che, soprattutto nel caso che le ovaie siano adese alla
parete posteriore dell'utero (17). In questo caso, infatti,
è evidente, durante i movimenti della sonda ecografica
transvaginale, la fissità delle ovaie al corpo dell'utero,
quando quest'ultimo è spinto in varie direzioni (17).
Altri segni ecografici che fanno sospettare la pre-
senza di aderenze pelviche sono la fissità dell'utero
stesso; l'aspetto sfumato e mal definibile dei margini
ovarici; l'aumento, rispetto al normale, della distanza
che separa i margini ovarici dalla sonda transvaginale
(17).
L'ecografia transvaginale può, infine, permettere di
porre diagnosi di due comuni conseguenze di una
grave sindrome aderenziale pelvica: l'idrosalpinge (18)
e la cisti da inclusione peritoneale (19). Nel primo caso,
l'ecografia transvaginale B-mode permette di eviden-
ziare l'immagine, oramai considerata tipica, di “una
massa di forma allungata con setti incompleti al suo
interno” (18). Una volta identificata quest'immagine,
l'ecografia transvaginale ha una specificità diagnostica
del 99,7%, associata ad una sensibilità pari a 81,8%, nel
riconoscere un'idrosalpinge (18). Nel secondo caso, i
segni ecografici più utili per riconoscere una “pseudo-
cisti peritoneale” (o “cisti da inclusione peritoneale” o
“cisti infiammatoria del peritoneo pelvico”) sono: cisti
di forma bizzarra, pareti cistiche sottili, setti interni
sottili, ovaio come sospeso alle aderenze all'interno
della cisti (immagine del “ragno nella rete”) (19).
Conclusioni
La diagnosi di endometriosi richiede una visualizza-
zione diretta della lesione, che non necessariamente
deve essere chirurgica, secondo la sede della lesione.
Dove sia necessaria una visualizzazione chirurgica,
è preferibile l'impiego della laparoscopia, in considera-
zione della minore invasività di quest'accesso chirurgi-
co. Non sempre, soprattutto nel caso di lesioni bian-
che, la visualizzazione diretta, laparoscopica delle stes-
se corrisponde ad una conferma anatomopatologica
della presenza di endometriosi, perché spesso in que-
ste lesioni è riscontrabile solo tessuto fibroso e non
sono più riconoscibili epitelio e stroma dell'endome-
trio. Tra le tecniche di diagnostica per immagini, l'eco-
grafia transvaginale, associata o meno a tecnica “color
Doppler energy”, è di affidabile ausilio nella diagnosi
preoperatoria di endometrioma, idrosalpinge, cisti da
inclusione peritoneale, aderenze utero-ovariche e per-
vietà tubarica.
La diagnosi di endometriosi
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